Il deserto dei Tartari:
FOMO e ricerca di senso
Benvenuti sul blog del dott. Adriano Grazioli, psicologo.
Oggi come libro tratteremo Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati.
Quest’opera è stata scritta nel 1940 e si è da subito imposta come un caposaldo della letteratura del Novecento. Tale riconoscimento è assolutamente dovuto, in quanto le tematiche trattate e la modalità con la quale l’opera stessa è stata scritta permettono di avvicinarsi e percepire quel senso di desolazione e smarrimento che lo stesso protagonista prova. Però procediamo per gradi.
La storia parte con la vicenda di Giovanni Drogo, un giovane che si arruola e, da ufficiale, viene mandato alla Fortezza Bastiani. Da qui inizierà un processo di ricerca personale che avrà un esito inaspettato.I temi trattati, di natura esistenzialista e soprattutto legati a una ricerca costante nella vita di un obiettivo, ci possono portare a riflettere, ci devono portare a riflettere.
Vedete, la Fortezza Bastiani, così come il deserto dei Tartari, sono delle scuse per poter creare un’opera scenica che lasci spazio all’immaginazione come arma atta ad affrontare l’incertezza. Per il protagonista, il senso è lo scontro in battaglia, quasi come se volesse portare in auge quel valore cavalleresco tipico della Prima Guerra Mondiale.
Molte sono state le strategie che si sono evolute durante il primo conflitto mondiale, ma una delle prime messe in atto era sicuramente la strategia ottocentesca dello scontro campale, quell’ideale di sprezzo nei confronti del pericolo che poteva portare solo cose positive. Poi, in realtà, si scoprì che era tutto fuorché questo. A livello bellico, vi è un’evoluzione che passa dalla campalità, dunque la disposizione di molte truppe sul campo di battaglia nel tentativo di prevalere con la forza bruta e con i cannoni, a una guerra di stasi, dove vince chi riesce a ottenere l’avanzamento verso la linea nemica e tenerla il più tempo possibile.
Non a caso abbiamo la cosiddetta terra di nessuno, che è una terra da conquistare. Si cerca di arrivare alle trincee del nemico, conquistarle e tenerle il più possibile, così da spingere indietro l’avanzata nemica e potersi imporre sia a livello bellico che a livello strategico. Non soffermandoci troppo su questo aspetto, che è di marginale interesse, non posso non trovare un’analogia: il protagonista aspetta, così come il soldato della Prima Guerra Mondiale attende l’ordine della carica, attende il bombardamento con la differenza che, in questa storia, lo scontro sembra non arrivare mai.
Il deserto dei Tartari è un deserto effettivamente disabitato. A lungo la Fortezza Bastiani ha trattenuto nemici e invasori, ma è molto tempo che ciò non accade più, e questo crea il movente per la ricerca interiore del protagonista. Al giorno d’oggi, nella nostra routine di vita, tante volte ci chiediamo se stiamo facendo le cose giuste, se non stiamo perdendo tempo. Bene, Giovanni perde il tempo per noi. Il protagonista è una specie di simulacro che si immola per tutta l’umanità, nel tentativo di far capire che cosa vuol dire la pazienza, che cosa vuol dire attendere, che cosa vuol dire ricercare.
La sua ricerca, nonostante la stasi, non è fatta di sollazzi. Egli è costantemente in punta di piedi, pronto a scattare, e gli va riconosciuto tale atto, che è un atto nei confronti dell’umanità: “Io perderò il mio tempo per voi.” In circa 200 pagine sono siglate le paure, i timori, la noia di un uomo che cerca la sua occasione di vita e che dovrà aspettare fino all’ultimo per ottenerla. E nonostante ciò, quello che otterrà avrà un esito inaspettato.
Esistono dei momenti all’interno della storia nei quali Giovanni ha la possibilità di eludere la Fortezza, di andarsene, di cambiare totalmente aria, ma nel momento in cui egli è prossimo a ottenere una nuova vita, una nuova prospettiva di crescita e cambiamento, rifiuta. Per quale motivo? Perché improvvisamente, quando la possibilità di andarsene è pressoché prossima, lui vede la Fortezza risplendere, vede dei torrioni maestosi e delle montagne stupende alle quali si sente, in un certo qual modo, legato. La realtà è che anche lui va in una cosiddetta fase di realtà psicologica: alla privazione di un determinato oggetto, piuttosto che di una determinata possibilità, tale elemento diventa inequivocabilmente più saliente degli altri, per cui acquisisce un’importanza fondamentale.
La domanda alla base è: ma se io me ne dovessi andare e dovesse succedere qualcosa, cosa mi perderei?
Capite, la ricerca di uno scopo nella propria vita non è una cosa che si può definire in poco tempo, non è una cosa che verrà da sé, o meglio, verrà da sé se si cerca del movimento nei suoi confronti. Nel caso del protagonista, tale ricerca porta solamente alla fine, nell’ultimo spasmo di vita del protagonista, un’effettiva risposta, e non è la risposta che ci si poteva aspettare.
Quando poi Giovanni, in una seconda fase del libro, si ricongiunge con la vita civile, si trova fuori luogo. Egli ha passato tutta la sua vita incentrato su un obiettivo. È l’esempio classico dell’imprenditore o del manager incapace di avere delle relazioni sociali o affettive, in quanto totalmente assorbito dal proprio obiettivo, dalla propria necessità di auto-definizione.
Quando Drogo si rende conto della scissione che c’è tra lui e il mondo esterno, chiede di poterci rientrare, ma non ottiene tale possibilità. Vedete, la paura più grande per il protagonista, quella di perdersi qualcosa, è già stata concretizzata a questo punto, quando durante la prima chance che egli ottenne per potersene andare, rifiutò. E vedete, nonostante ci sia un obiettivo che vuole essere perseguito, è inequivocabile che si perda qualcosa in ogni caso, ma non esiste una strada giusta.
Egli perde inizialmente la possibilità di ricongiungersi col mondo civile, cercando un obiettivo di vita, una realizzazione altrove. Rifiuta, continua a proseguire, si incaponisce perché ritiene che il combattimento, come che la morte gloriosa o il valore delle armi, siano tutto per lui. E quando, in un attimo di cedimento, cerca di creare una via di fuga per potersi reinventare, è troppo tardi perché una forza esterna lo blocca. Ma la soddisfazione arriverà.
Il mondo di oggi ci offre enormi possibilità per autodeterminarci, per crescere, per voler essere qualcuno o seguire qualcosa. Ma quanto è difficile? Quante volte nella nostra vita abbiamo provato, ci siamo imbarcati in imprese che poi si sono rivelate fallimentari?
Bene, Giovanni Drogo ci insegna che quelle attività, quella sorta di movimento verso una causa che può essere difficoltosa o poco piacevole, hanno senso. Egli aspetta una vita intera per consacrare la propria autodeterminazione, e tante volte è giusto ricordare a noi stessi che per arrivare a capirci, a scoprirci, o per realizzare effettivamente un obiettivo, ci vuole molto, molto tempo.
La storia ci insegna a provare, ci insegna a non demordere, e ci insegna soprattutto ad avere pazienza. Il mito che i vent’anni devono essere il momento propizio di realizzazione, dove ognuno di noi deve necessariamente aver trovato qualcosa che lo faccia stare bene, è un mito che spero un giorno possa decadere.
È chiaro che l’immagine che troviamo nei social network, proposta alla televisione dai cantanti e dalle persone famose è, spesso, fittizia. C’è chi la ottiene prima e chi la ottiene dopo, e chi potrebbe non ottenerla mai. La differenza non sta nell’obiettivo finale, ma nella scelta a priori che facciamo: vogliamo rompere quella che è la nostra routine? Vogliamo cercare qualcosa che sta al di là, che va al di fuori, oppure preferiamo darci già per sconfitti?
La puntata di oggi è una puntata, come al solito, diversa dalle altre, particolare. Spero che possa darvi qualche spunto di riflessione e permettervi di non avere paura o timore di quello che è un futuro che sempre sarà incerto, ma non per questo deve essere pauroso o gettarvi nello sconforto. Come sempre, io vi ringrazio.
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Il Deserto dei Tartari: FOMO e senso di vita
Benvenuti sul blog del dott. Adriano Grazioli, psicologo.
Oggi come libro tratteremo Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati.
Quest’opera è stata scritta nel 1940 e si è da subito imposta come un caposaldo della letteratura del Novecento. Tale riconoscimento è assolutamente dovuto, in quanto le tematiche trattate e la modalità con la quale l’opera stessa è stata scritta permettono di avvicinarsi e percepire quel senso di desolazione e smarrimento che lo stesso protagonista prova. Però procediamo per gradi.
La storia parte con la vicenda di Giovanni Drogo, un giovane che si arruola e, da ufficiale, viene mandato alla Fortezza Bastiani. Da qui inizierà un processo di ricerca personale che avrà un esito inaspettato.I temi trattati, di natura esistenzialista e soprattutto legati a una ricerca costante nella vita di un obiettivo, ci possono portare a riflettere, ci devono portare a riflettere.
Vedete, la Fortezza Bastiani, così come il deserto dei Tartari, sono delle scuse per poter creare un’opera scenica che lasci spazio all’immaginazione come arma atta ad affrontare l’incertezza. Per il protagonista, il senso è lo scontro in battaglia, quasi come se volesse portare in auge quel valore cavalleresco tipico della Prima Guerra Mondiale.
Molte sono state le strategie che si sono evolute durante il primo conflitto mondiale, ma una delle prime messe in atto era sicuramente la strategia ottocentesca dello scontro campale, quell’ideale di sprezzo nei confronti del pericolo che poteva portare solo cose positive. Poi, in realtà, si scoprì che era tutto fuorché questo. A livello bellico, vi è un’evoluzione che passa dalla campalità, dunque la disposizione di molte truppe sul campo di battaglia nel tentativo di prevalere con la forza bruta e con i cannoni, a una guerra di stasi, dove vince chi riesce a ottenere l’avanzamento verso la linea nemica e tenerla il più tempo possibile.
Non a caso abbiamo la cosiddetta terra di nessuno, che è una terra da conquistare. Si cerca di arrivare alle trincee del nemico, conquistarle e tenerle il più possibile, così da spingere indietro l’avanzata nemica e potersi imporre sia a livello bellico che a livello strategico. Non soffermandoci troppo su questo aspetto, che è di marginale interesse, non posso non trovare un’analogia: il protagonista aspetta, così come il soldato della Prima Guerra Mondiale attende l’ordine della carica, attende il bombardamento con la differenza che, in questa storia, lo scontro sembra non arrivare mai.
Il deserto dei Tartari è un deserto effettivamente disabitato. A lungo la Fortezza Bastiani ha trattenuto nemici e invasori, ma è molto tempo che ciò non accade più, e questo crea il movente per la ricerca interiore del protagonista. Al giorno d’oggi, nella nostra routine di vita, tante volte ci chiediamo se stiamo facendo le cose giuste, se non stiamo perdendo tempo. Bene, Giovanni perde il tempo per noi. Il protagonista è una specie di simulacro che si immola per tutta l’umanità, nel tentativo di far capire che cosa vuol dire la pazienza, che cosa vuol dire attendere, che cosa vuol dire ricercare.
La sua ricerca, nonostante la stasi, non è fatta di sollazzi. Egli è costantemente in punta di piedi, pronto a scattare, e gli va riconosciuto tale atto, che è un atto nei confronti dell’umanità: “Io perderò il mio tempo per voi.” In circa 200 pagine sono siglate le paure, i timori, la noia di un uomo che cerca la sua occasione di vita e che dovrà aspettare fino all’ultimo per ottenerla. E nonostante ciò, quello che otterrà avrà un esito inaspettato.
Esistono dei momenti all’interno della storia nei quali Giovanni ha la possibilità di eludere la Fortezza, di andarsene, di cambiare totalmente aria, ma nel momento in cui egli è prossimo a ottenere una nuova vita, una nuova prospettiva di crescita e cambiamento, rifiuta. Per quale motivo? Perché improvvisamente, quando la possibilità di andarsene è pressoché prossima, lui vede la Fortezza risplendere, vede dei torrioni maestosi e delle montagne stupende alle quali si sente, in un certo qual modo, legato. La realtà è che anche lui va in una cosiddetta fase di realtà psicologica: alla privazione di un determinato oggetto, piuttosto che di una determinata possibilità, tale elemento diventa inequivocabilmente più saliente degli altri, per cui acquisisce un’importanza fondamentale.
La domanda alla base è: ma se io me ne dovessi andare e dovesse succedere qualcosa, cosa mi perderei?
Capite, la ricerca di uno scopo nella propria vita non è una cosa che si può definire in poco tempo, non è una cosa che verrà da sé, o meglio, verrà da sé se si cerca del movimento nei suoi confronti. Nel caso del protagonista, tale ricerca porta solamente alla fine, nell’ultimo spasmo di vita del protagonista, un’effettiva risposta, e non è la risposta che ci si poteva aspettare.
Quando poi Giovanni, in una seconda fase del libro, si ricongiunge con la vita civile, si trova fuori luogo. Egli ha passato tutta la sua vita incentrato su un obiettivo. È l’esempio classico dell’imprenditore o del manager incapace di avere delle relazioni sociali o affettive, in quanto totalmente assorbito dal proprio obiettivo, dalla propria necessità di auto-definizione.
Quando Drogo si rende conto della scissione che c’è tra lui e il mondo esterno, chiede di poterci rientrare, ma non ottiene tale possibilità. Vedete, la paura più grande per il protagonista, quella di perdersi qualcosa, è già stata concretizzata a questo punto, quando durante la prima chance che egli ottenne per potersene andare, rifiutò. E vedete, nonostante ci sia un obiettivo che vuole essere perseguito, è inequivocabile che si perda qualcosa in ogni caso, ma non esiste una strada giusta.
Egli perde inizialmente la possibilità di ricongiungersi col mondo civile, cercando un obiettivo di vita, una realizzazione altrove. Rifiuta, continua a proseguire, si incaponisce perché ritiene che il combattimento, come che la morte gloriosa o il valore delle armi, siano tutto per lui. E quando, in un attimo di cedimento, cerca di creare una via di fuga per potersi reinventare, è troppo tardi perché una forza esterna lo blocca. Ma la soddisfazione arriverà.
Il mondo di oggi ci offre enormi possibilità per autodeterminarci, per crescere, per voler essere qualcuno o seguire qualcosa. Ma quanto è difficile? Quante volte nella nostra vita abbiamo provato, ci siamo imbarcati in imprese che poi si sono rivelate fallimentari?
Bene, Giovanni Drogo ci insegna che quelle attività, quella sorta di movimento verso una causa che può essere difficoltosa o poco piacevole, hanno senso. Egli aspetta una vita intera per consacrare la propria autodeterminazione, e tante volte è giusto ricordare a noi stessi che per arrivare a capirci, a scoprirci, o per realizzare effettivamente un obiettivo, ci vuole molto, molto tempo.
La storia ci insegna a provare, ci insegna a non demordere, e ci insegna soprattutto ad avere pazienza. Il mito che i vent’anni devono essere il momento propizio di realizzazione, dove ognuno di noi deve necessariamente aver trovato qualcosa che lo faccia stare bene, è un mito che spero un giorno possa decadere.
È chiaro che l’immagine che troviamo nei social network, proposta alla televisione dai cantanti e dalle persone famose è, spesso, fittizia. C’è chi la ottiene prima e chi la ottiene dopo, e chi potrebbe non ottenerla mai. La differenza non sta nell’obiettivo finale, ma nella scelta a priori che facciamo: vogliamo rompere quella che è la nostra routine? Vogliamo cercare qualcosa che sta al di là, che va al di fuori, oppure preferiamo darci già per sconfitti?
La puntata di oggi è una puntata, come al solito, diversa dalle altre, particolare. Spero che possa darvi qualche spunto di riflessione e permettervi di non avere paura o timore di quello che è un futuro che sempre sarà incerto, ma non per questo deve essere pauroso o gettarvi nello sconforto. Come sempre, io vi ringrazio. A un prossimo post.
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