Uomini e topi: emarginazione della disabilità
Benvenuti sul blog del dott. Adriano Grazioli, psicologo.
Oggi parliamo di Of Mice and Men (Uomini e Topi), opera scritta da John Steinbeck nel 1937.
Il mio articolo si concentrerà principalmente su due questioni:
- il modo in cui venne intesa la disabilità;
- come oggi questo concetto di disabilità si possa ritrovare in moltissimi altri aspetti e ambiti.
Iniziamo con ordine.
La storia, molto breve, circa un centinaio di pagine, è incentrata sulle vicende di due personaggi importanti: Lennie e George Milton.
Lennie è identificato come un omone con il cervello di un bambino.
Mentre George, non a caso, ha proprio il cognome Milton (esatto, come quello di John Milton), che fungerà da “Virgilio” pronto a traghettare l’anima del nostro buon Lennie in un mondo che gli sarà ostile a priori.
È interessante notare come, per Steinbeck, le persone con disabilità non siano in grado di essere accettate nella nostra società.
Sono viste, spesso e volentieri, come sfocate, estranei, o, nel caso di Lennie, che ha la mente di un bambino, come se fossero fuori luogo. Eppure, Lennie è un individuo che può svolgere delle mansioni. È molto forte, corpulento, in grado di sollevare carichi pesantissimi, un infaticabile lavoratore che ha un sogno, anche se utopico: riuscire ad avere una fattoria tutta sua, insieme al suo amico George, e poter finalmente vivere felice, non essere più lacerato dagli sguardi dei passanti che lo identificano come un fallimento genetico.
Steinbeck ci permette di percepire questo scarto, l’incapacità dell’uomo comune di accettare il diverso. Siamo anche in un momento della storia americana dove i fenomeni di razzismo sono all’ordine del giorno: si distingue in white e colored anche quando si tratta di andare a bere da una fontanella, di utilizzare un bagno o di sedersi sull’autobus.
Per cui, la disparità qui è rappresentata in una persona, Lennie, con un evidente ritardo mentale, che non riesce a reinserirsi. La mancanza di reinserimento non è dovuta alle scarse qualità del nostro coprotagonista, quanto all’incapacità esterna di voler dare spazio alle sue particolari abilità.
Lennie verrà perseguitato per aver tolto la vita a un’altra persona, ed è qui che la mancanza di consapevolezza di Lennie – che non riesce a rendersi conto di essere stato un assassino, nonostante non l’abbia mai voluto – crea una sorta di ribaltamento all’interno della novella e ci mette nei panni dell’uomo che ha una speranza, che ha una volontà tale da continuare a credere che un giorno ci potrà essere un perdono, ci potrà essere un dopo. Ma nonostante la volontà, ciò non avverrà mai.
Sarà proprio il suo migliore amico, George, a porre fine alle sofferenze di un Lennie braccato da cani, uomini e fucili per aver compiuto un delitto non causato da lui. La scelta di utilizzare Lennie come capro espiatorio e George come carnefice a causa di un errore che errore effettivamente non è, pone l’opera su un piano tragico a mio avviso stupendo ed emozionante.
L’empatia che si prova nei confronti dei due protagonisti è qualcosa che va oltre il semplice concetto di speranza e, nel finale, George ci permette di cogliere un aspetto imprescindibile della vita: che, nonostante tutto, essa non si ferma e prosegue, così come dobbiamo fare noi.
L’aspetto pedagogico che dobbiamo prendere in considerazione è appunto l’accettazione del diverso, cosa che spesso ci è molto difficile. Oggi lo vediamo tantissimo anche con le tematiche sull’orientamento sessuale LGBTQ+, e così via, dove vi è un’ostilità aperta, percepite quasi come una minaccia, quando invece dovrebbe essere considerato il normale funzionamento di vita del genere umano.
Leggendo quest’opera non possiamo non considerare la necessità, la volontà di cambiare sotto questo profilo, di permettere a ognuno di noi di essere riconosciuto come parte integrante della società, del nostro mondo, della nostra vita. Volendo aggiungere anche un concetto critico a mio avviso molto importante, un pungolo che dovrebbe far riflettere è l’idea di disabilità e sessualità.
Una delle funzioni che solitamente non è compromessa, anche nelle persone con gravi ritardi, è proprio quella riproduttiva. E qui si aprono mille frammentazioni: come Lennie era descritto a livello mentale alla stregua di un bambino, il concetto di bambino puro, angelo, incapace di avere alcun tipo di relazione e un desiderio sessuale lo rivediamo anche oggi. Non possiamo nemmeno, delle volte, metabolizzare nella nostra psiche che un soggetto con un ritardo mentale possa effettivamente avere delle pulsioni, delle necessità, quando è risaputo, specialmente in Italia, che la sessualità viene in un certo senso servita dai familiari, madri o padri, che devono compiere pratiche di natura masturbatoria verso i figli per poterli avvicinare e soddisfare sessualmente. In quanto esseri umani, abbiamo dei bisogni, delle necessità e anche la volontà di sfogare il nostro movimento interiore.
Ecco, quando fu proposto di inserire degli assistenti sessuali per i disabili, ci fu un enorme marasma, uno sdegno generale nei confronti di questa pratica che sembrava creare un nuovo giro di prostituzione, quando in realtà avrebbe fatto esattamente l’opposto: avrebbe permesso agli individui diversamente abili, con ritardi mentali, di poter comunque assaporare a tutto tondo la sessualità, ma anche l’affettività e la comprensione del proprio corpo e del proprio funzionamento. Chi siamo noi per negare a un individuo, che possiede il dono della vita, cose di questo tipo?
Ovviamente, la proposta, come ho già accennato, fu bocciata per una questione etica e morale, dove di etica e di morale non c’è assolutamente nulla. Piuttosto, c’è la volontà di mantenere distante un fenomeno che, nonostante il secolo si ritenga avanzato, dimostra esattamente l’opposto.
Ci vediamo al prossimo articolo!
Uomini e topi: emarginazione della disabilità
Benvenuti sul blog del dott. Adriano Grazioli, psicologo.
Oggi parliamo di Of Mice and Men (Uomini e Topi), opera scritta da John Steinbeck nel 1937.
Il mio articolo si concentrerà principalmente su due questioni:
- il modo in cui venne intesa la disabilità;
- come oggi questo concetto di disabilità si possa ritrovare in moltissimi altri aspetti e ambiti.
Iniziamo con ordine.
La storia, molto breve, circa un centinaio di pagine, è incentrata sulle vicende di due personaggi importanti: Lennie e George Milton.
Lennie è identificato come un omone con il cervello di un bambino.
Mentre George, non a caso, ha proprio il cognome Milton (esatto, come quello di John Milton), che fungerà da “Virgilio” pronto a traghettare l’anima del nostro buon Lennie in un mondo che gli sarà ostile a priori.
È interessante notare come, per Steinbeck, le persone con disabilità non siano in grado di essere accettate nella nostra società.
Sono viste, spesso e volentieri, come sfocate, estranei, o, nel caso di Lennie, che ha la mente di un bambino, come se fossero fuori luogo. Eppure, Lennie è un individuo che può svolgere delle mansioni. È molto forte, corpulento, in grado di sollevare carichi pesantissimi, un infaticabile lavoratore che ha un sogno, anche se utopico: riuscire ad avere una fattoria tutta sua, insieme al suo amico George, e poter finalmente vivere felice, non essere più lacerato dagli sguardi dei passanti che lo identificano come un fallimento genetico.
Steinbeck ci permette di percepire questo scarto, l’incapacità dell’uomo comune di accettare il diverso. Siamo anche in un momento della storia americana dove i fenomeni di razzismo sono all’ordine del giorno: si distingue in white e colored anche quando si tratta di andare a bere da una fontanella, di utilizzare un bagno o di sedersi sull’autobus.
Per cui, la disparità qui è rappresentata in una persona, Lennie, con un evidente ritardo mentale, che non riesce a reinserirsi. La mancanza di reinserimento non è dovuta alle scarse qualità del nostro coprotagonista, quanto all’incapacità esterna di voler dare spazio alle sue particolari abilità.
Lennie verrà perseguitato per aver tolto la vita a un’altra persona, ed è qui che la mancanza di consapevolezza di Lennie – che non riesce a rendersi conto di essere stato un assassino, nonostante non l’abbia mai voluto – crea una sorta di ribaltamento all’interno della novella e ci mette nei panni dell’uomo che ha una speranza, che ha una volontà tale da continuare a credere che un giorno ci potrà essere un perdono, ci potrà essere un dopo. Ma nonostante la volontà, ciò non avverrà mai.
Sarà proprio il suo migliore amico, George, a porre fine alle sofferenze di un Lennie braccato da cani, uomini e fucili per aver compiuto un delitto non causato da lui. La scelta di utilizzare Lennie come capro espiatorio e George come carnefice a causa di un errore che errore effettivamente non è, pone l’opera su un piano tragico a mio avviso stupendo ed emozionante.
L’empatia che si prova nei confronti dei due protagonisti è qualcosa che va oltre il semplice concetto di speranza e, nel finale, George ci permette di cogliere un aspetto imprescindibile della vita: che, nonostante tutto, essa non si ferma e prosegue, così come dobbiamo fare noi.
L’aspetto pedagogico che dobbiamo prendere in considerazione è appunto l’accettazione del diverso, cosa che spesso ci è molto difficile. Oggi lo vediamo tantissimo anche con le tematiche sull’orientamento sessuale LGBTQ+, e così via, dove vi è un’ostilità aperta, percepite quasi come una minaccia, quando invece dovrebbe essere considerato il normale funzionamento di vita del genere umano.
Leggendo quest’opera non possiamo non considerare la necessità, la volontà di cambiare sotto questo profilo, di permettere a ognuno di noi di essere riconosciuto come parte integrante della società, del nostro mondo, della nostra vita. Volendo aggiungere anche un concetto critico a mio avviso molto importante, un pungolo che dovrebbe far riflettere è l’idea di disabilità e sessualità.
Una delle funzioni che solitamente non è compromessa, anche nelle persone con gravi ritardi, è proprio quella riproduttiva. E qui si aprono mille frammentazioni: come Lennie era descritto a livello mentale alla stregua di un bambino, il concetto di bambino puro, angelo, incapace di avere alcun tipo di relazione e un desiderio sessuale lo rivediamo anche oggi. Non possiamo nemmeno, delle volte, metabolizzare nella nostra psiche che un soggetto con un ritardo mentale possa effettivamente avere delle pulsioni, delle necessità, quando è risaputo, specialmente in Italia, che la sessualità viene in un certo senso servita dai familiari, madri o padri, che devono compiere pratiche di natura masturbatoria verso i figli per poterli avvicinare e soddisfare sessualmente. In quanto esseri umani, abbiamo dei bisogni, delle necessità e anche la volontà di sfogare il nostro movimento interiore.
Ecco, quando fu proposto di inserire degli assistenti sessuali per i disabili, ci fu un enorme marasma, uno sdegno generale nei confronti di questa pratica che sembrava creare un nuovo giro di prostituzione, quando in realtà avrebbe fatto esattamente l’opposto: avrebbe permesso agli individui diversamente abili, con ritardi mentali, di poter comunque assaporare a tutto tondo la sessualità, ma anche l’affettività e la comprensione del proprio corpo e del proprio funzionamento. Chi siamo noi per negare a un individuo, che possiede il dono della vita, cose di questo tipo?
Ovviamente, la proposta, come ho già accennato, fu bocciata per una questione etica e morale, dove di etica e di morale non c’è assolutamente nulla. Piuttosto, c’è la volontà di mantenere distante un fenomeno che, nonostante il secolo si ritenga avanzato, dimostra esattamente l’opposto.
Ci vediamo al prossimo articolo!
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